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Sesto incontro
L'amore e la relazione

Martedì 26 febbraio 2008
ore 14,15-17,00

Persi e presi nella relazione
A cura di Renata Battaglin e Chiara Simonato




Lost in Translation

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TRAMA
Tutto si svolge a Tokyo. O forse dovremo dire che, se qualcosa accade, questo inafferrabile evento ha intorno le torri colorate di questa città, all'apparenza impenetrabili come la lingua che vi si parla, le sue strade trafficate, i parchi-divertimento tecnologico, le luci della notte, a tratti violente a tratti soffuse. I due della storia sono americani, ma non è questo che li unisce, non è semplicemente il riconoscersi una comunanza linguistica in un contesto straniero.
L'albergo in cui s'incontrano potrebbe benissimo trovarsi a Parigi piuttosto che negli USA. Ha infatti quel carattere internazionale che qualifica l'alto livello, dove un'umanità affaccendata transita dando forma mobile ad una Babele di lingue; un posto insomma dove ognuno un poco si perde per l'indifferenza verso le particolarità e, per la medesima ragione, un poco si ritrova.
Bob Harris è un maturo attore che si trova a Tokyo per girare lo spot pubblicitario di un whisky giapponese. Charlotte è una giovane donna che accompagna il marito fotografo di moda. Nessuno dei due conosce il giapponese, nessuno dei due riesce a comunicare come vorrebbe neanche con il proprio coniuge. Entrambi soffrono di insonnia, entrambi vivono l'amarezza per il futuro, Bob perché percepisce che le possibilità gli sono state ormai date e difficilmente tornerà ad essere l'attore di fama che è stato, Charlotte perché si è appena laureata e tutte le possibilità le stanno davanti in modo uguale, senza che lei riesca a capire cosa fare della propria vita. Davanti a loro la città si apre indifferente, non ostile ma estranea e tutti e due si sentono "fuori luogo", di passaggio lì come altrove, poco importanti per le persone con cui condividono la vita, del tutto superflui per la felicità di coloro che essi amano.
Cosa scatta tra loro? Amicizia, amore? O forse solo un inizio?

Citazione filosofica

(.) ogni traduzione è solo un modo pur sempre provvisorio di fare i conti con l'estraneità delle lingue. Altra soluzione che temporale e provvisoria, una soluzione istantanea e definitiva di questa estraneità, rimane vietata agli uomini o non è, comunque, direttamente perseguibile.
(W. Benjamin, Il compito del traduttore, p. 163)



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Scheda del film
Titolo: Lost in Translation - L'amore tradotto
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Fotografia: Lance Acord
Interpreti: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris, Akiko Takeshida, Kazuyoshi Minamimagoe, Yutaka Tadokoro, Catherine Lambert, Akira Yamaguchi, Take, Kazuko Shibata, Ryuichiro Baba, François du Bois, Tim Leffman, Jun Maki, Gregory Pekar, Richard Allen, Nao Asuka, Tetsuro Naka
Nazionalità: USA, 2003
Durata: 1h. 42'







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Testi filosofici di riferimento


1) PARLIAMO TANTE LINGUE DIVERSE:
È POSSIBILE UN'INTESA TRA LE LINGUE?

Or il Signore Iddio aveva già formato dalla terra tutti gli animali della campagna e tutti gli uccelli del cielo. Li condusse da Adamo per vedere con qual nome li avrebbe chiamati; poiché quel nome che egli avrebbe imposto ad ogni animale vivente, quello sarebbe stato il suo nome.
(Genesi, II,19)

Allora tutta la terra aveva un medesimo accento e usava le stesse parole. Ora avvenne che emigrando dall'oriente trovarono una pianura nella regione di Sennaar e vi abitarono. E dissero gli uni agli altri: "Su, fabbrichiamo dei mattoni e cuociamoli al fuoco". E si servirono di mattoni invece di pietre, e di bitume invece di calce. E dissero: "Orsù, costruiamoci una città e una torre con la cima al cielo. Fabbrichiamoci così un segnacolo di unione, altrimenti saremo dispersi sulla faccia della terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre, che i figli degli uomini costruivano e disse: "Ecco, essi sono un popolo solo e hanno tutti un medesimo accento: questo è il principio dell'opera loro. Niente ormai impedirà loro di condurre a termine tutto quello che hanno in mente di fare. Orsù dunque, scendiamo e confondiamo quivi il loro accento, in modo che uno non comprenda l'accento del suo vicino". Così il Signore di là li disperse sulla faccia di tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città alla quale fu dato perciò il nome di Babele, perché il Signore aveva confuso l'accento di tutta la terra e di là il Signore li aveva dispersi sulla faccia di tutta la terra.
(Genesi, XI, 1-9)

(trad. dall'originale F. Nardoni, Einaudi Torino, 2000)

Poiché il grande motivo dell'integrazione delle molte lingue nella sola lingua vera è quello che ispira il suo lavoro (il lavoro del traduttore). Un lavoro in cui le singole proposizioni, opere, giudizi non giungono mai a intendersi (.), ma in cui le lingue stesse concordano tra loro, integrate e riconciliate nel modo del loro intendere. Ma se c'è una lingua della verità, in cui gli ultimi segreti attorno a cui ogni pensiero si affatica sono conservati senza tensione e quasi tacitamente, questa lingua della verità è la vera lingua. E proprio questa lingua, nel presentire e descrivere la quale è la sola perfezione cui il filosofo può giungere, è intensivamente nascosta nelle traduzioni.
(Walter Benjamin, Il compito del traduttore, p.165)

(in Il concetto di critica nel romanticismo tedesco. Scritti 1919-1922, a cura di G. Agamben, Einaudi Torino, 1982)


2) SIAMO ESSERI TANTO DIVERSI E TANTO FRAGILI:
E' POSSIBILE UN INCONTRO TRA NOI?

L'antichissima nostra natura non era come l'attuale, ma era diversa. (.) La forma degli umani era un tutto pieno. (.) Erano rotondi e di forma rotante era la loro andatura. Possedevano forza e vigore terribili e straordinaria superbia e attentavano agli dei. (.) Pertanto Giove e gli altri dei si arrovellavano sul da farsi ed erano in grave dubbio perché non se la sentivano di ucciderli e di fulminarli come i giganti. Ma finalmente Giove pensa. "Ora li taglierò in due." (.) Ciò detto, prese a spaccare gli uomini in due (.) e intanto ordinava ad Apollo di torcere il viso e la metà del collo dalla parte del taglio - così che l'uomo avendo sotto gli occhi questa spaccatura divenisse più tranquillo. (.) Ma quando la natura umana fu tagliata in due, ogni parte, vogliosa della propria metà, le si attaccava e nella brama di fondersi insieme morivano di fame e di inazione. [.] A questa brama di interezza diamo il nome di amore.

(Platone, Simposio, 189d-192d)

L'esistenza umana è un inizio che non sarà mai compiuto. (.) La verità di ogni realtà è fondata sul suo non essere compiuta. (.) Se l'illusione del compimento è accettata nella presenza di una donna vestita, allora si vedrà che non appena questa donna sarà almeno in parte denudata la sua vista libererà in me la mia incompiutezza. Nella misura in cui le esistenze appaiono perfette e compiute, rimangono separate, chiuse su se stesse. Si aprono soltanto attraverso la ferita, che è in loro, del non compimento dell'essere. Ma attraverso quel che si può chiamare non compimento, nudità animale, ferita, esseri innumerevoli e separati gli uni dagli altri comunicano e nella comunicazione dall'uno all'altro prendono vita perdendosi.

(G. Bataille, L'amicizia, trad. it. di F. Ferrari, SE Milano 1999, pp. 17-19)

Non voglio mai perdere di vista la realtà immediata: un treno elettrico entra nella stazione di Saint-Lazare, sono seduto in questo treno, vicino al vetro. Mi distanzio dall'idea che vuol vedere in questo episodio solo un 'insignificanza nell'immensità dell'Universo, questa sì gravida di senso. Ciò sarebbe possibile solo se si assegnasse all'universo il valore di una totalità compiuta. Ma se c'è solo un universo incompiuto, allora ogni parte, per quanto piccola sia, non è meno significativa del presunto insieme. (.) L'esistenza non si trova dove gli uomini si considerano isolatamente; essa comincia con le conversazioni, il riso condiviso, l'amicizia, l'erotismo - essa ha luogo solamente nel passaggio dall'uno all'altro. Rido del solitario che pretende di riflettere il mondo. Egli non può davvero rifletterlo perché divenendo lui stesso il centro della riflessione cessa di essere un'immagine dei mondi che fuggono in tutte le direzioni. Se invece vedo che i mondi non somigliano a nessun essere separato e chiuso su se stesso, ma a quel che passa da un essere all'altro, allora quando noi ridiamo a crepapelle o noi ci amiamo, allora l'immensità di questi mondi mi si apre e io mi confondo con il loro fuggire.
(Ivi, pp. 23-36)

Affinché la comunicazione sia possibile, occorre trovare una mancanza, un punto debole, una ferita, una miseria, un'incrinatura. Una lacerazione in se stessi, una lacerazione nell'altro. (.) L'amore significa che ognuno nell'altro non riconosce l'«essere» (un insieme stabile), ma la «ferita»: non c'è nostalgia più grande di quella che attrae due ferite l'una verso l'altra.
(Ivi, p. 25)

3) L'INTESA TRA LE LINGUE E L'INCONTRO TRA GLI ESSERI HANNO A CHE FARE CON L'AMORE? CHE COS'E' L'AMORE?

Eros e linguaggio si intrecciano ovunque. Relazione sessuale e relazione verbale, copula e copulazione, sono sottoclassi del processo comunicativo in generale. Nascono dall'esigenza vitale dell'io di raggiungere e comprendere, nei due sensi fondamentali di 'capire' e 'contenere', un altro essere umano.
(G. Steiner, Dopo Babele, trad. it. R. Bianchi, Garzanti Milano, 1994, p. 66)

Dunque chi non è bello non per questo è per forza brutto, né chi non è buono deve essere cattivo. E così è per l'Eros: poiché tu sei d'accordo con me che non può essere né buono né bello, non devi per questo credere che sia necessariamente cattivo e brutto. Eros - così mi disse Diotima - è a metà tra questi estremi.(.) La sua natura è a mezza via tra il mortale e l'immortale. (.) E' un dèmone potente, Socrate. I demoni, infatti, hanno una natura intermedia tra quella dei mortali e quella degli dei. (.)
(Platone, Simposio, 202 b-e)

Chi è suo padre - domandai - e chi sua madre? E' una lunga storia - mi disse -. Adesso te la racconto. Il giorno in cui nacque Afrodite, gli dèi si radunarono per una festa in suo onore. Tra loro c'era Poros (Espediente), il figlio di Metis (Sagacia). Dopo il banchetto, Penìa (Povertà) era venuta a mendicare, com'è naturale in un giorno di allegra abbondanza, e stava vicino alla porta. Poros aveva bevuto molto nettare (il vino, infatti, non esisteva ancora) e, un po' ubriaco, se ne andò nel giardino di Zeus e si addormentò. Penìa, nella sua povertà, ebbe l'idea di avere un figlio da Poros: così si sdraiò al suo fianco e restò incinta di Eros. Ecco perché Eros è compagno di Afrodite e suo servitore: concepito durante la festa per la nascita della dea, Eros è per natura amante della bellezza - e Afrodite è bella.
Proprio perché figlio di Poros e di Penìa, Eros si trova nella condizione che dicevo: innanzitutto è sempre povero e non è affatto delicato e bello come si dice di solito, ma al contrario è rude, va a piedi nudi, è un senza-casa, dorme sempre sulla nuda terra, sotto le stelle, per strada davanti alle porte, perché ha la natura della madre e il bisogno l'accompagna sempre. D'altra parte, come suo padre, cerca sempre ciò che è bello e buono, è virile, risoluto, ardente, è un cacciatore di prim'ordine, sempre pronto a tramare inganni; desidera il sapere e sa trovare le strade per arrivare dove vuole, e così impiega nella filosofia tutto il tempo della sua vita, è un meraviglioso indovino, e ne sa di magie e di sofismi. E poi, per natura, non è né immortale né mortale. Nella stessa giornata sboccia rigoglioso alla vita e muore, poi ritorna alla vita grazie alle mille risorse che deve a suo padre, ma presto tutte le risorse fuggono via: e così non è mai povero e non è mai ricco.
(Platone, Simposio, 203 b-e)




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Discussione e commenti



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