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Terzo incontro
Il tempo della scelta

Marted² 29 gennaio 2008
ore 14,15-17,00

La responsabilità, la scelta, il caso
A cura di Mary Pilastro e Carla Poncina

Match Point

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Citazioni filosofiche
"Anche in casi in cui l'oggetto della scelta è per sé indifferente, è sempre importante scegliere giusto, provare se stessi, perchè un giorno, con dolore, non si debba ricominciare dal punto di partenza, ringraziando Dio se non ci si fa altro rimprovero che di aver perso tempo".
S. Kierkegaard , Aut-Aut , trad. it. di R. Cantoni e K.M. Guldbrandsen, Mondadori, Milano 1975.


Amico mio! Quello che ti ho già detto tante volte, te lo ripeto, anzi te lo grido: o questo, o quello, aut-aut! L'importanza dell'argomento giustifica l'uso delle parole. Vi sono circostanze in cui sarebbe ridicolo e quasi pazzesco voler imporre un aut-aut; ma vi sono anche persone la cui anima è troppo dissoluta per cogliere il significato di questo dilemma, alla cui personalità manca l'energia per poter
dire con patos: o questo o quello. Queste parole hanno sempre fatto su di me una profonda impressione, e ancora la fanno quando le pronuncio così, semplici e nude; in esse esiste una possibilità di mettere in moto i contrasti più tremendi. Su di me hanno l'effetto di una formula di scongiuro, e l'animo mio sprofonda nella serietà, restandone a volte quasi sconvolto. Penso alla mia prima gioventù, quando, senza ben afferrare il significato della scelta nella vita, con infantile confidenza ascoltavo i discorsi dei più anziani; e l'istante della scelta era per me solenne e venerabile, benchè nella scelta seguissi allora solo le istruzioni degli altri . Penso a qugli istanti nella mia vita futura, in cui mi trovai al bivio, in cui l'animo mio si maturò nell'ora della decisione. Penso a tutti gòi altri casi della vita, meno importanti, ma per me non indifferenti, in cui dovevo scegliere; poiché se anche è vero che queste parole hanno una importanza assoluta solo nel caso in cui, da una parte appare la verità, la giustizia, la santità, e dall'altra il piacere , le inclinazioni, le oscure passioni e la perdizione; anche in questi casi in cui l'oggetto della scelta è per sé indifferente, è sempre importante scegliere giusto, provare se stessi, perché un giorno con dolore, non si debba ricominciare dal punto di partenza, ringraziando Dio se non ci si fa altro rimprovero che di aver perso del tempo.
(S. Kierkegaard, Aut-Aut, Mondadori, Milano1956 pag. 33)


Nella lettera precedente ho osservato che l'aver amato dà all'essere di una persona un'armonia che non viene mai persa del tutto; ora dirò che lo scegliere dà all'essere di una persona una solennità, una calma dignità che non viene mai persa del tutto (...) quando l'anima si trova sola in mezzo al mondo , di fronte ad essa appare non un uomo ragguardevole, ma l'eterna potenza stessa, il cielo quasi si spalanca, e l'io sceglie se stesso, o piuttosto riceve se stesso. In quell'istante l'anima ha visto l'altezza suprema, ciò che nessun occhio mortale può vedere e ciò che non sarà mai dimenticato, la personalità riceve lo stendardo da cavaliere, che la nobilita per l'eternità. L'uomo non diventa diverso da quello che era prima, diventa solo se stesso ; la coscienza si raccoglie ed egli è se stesso.
(S. Kierkegaard, Aut-Aut, Mondadori, Milano 1956 pag. 53)


Tu hai pur sempre in tuo potere tutte le condizioni per una vita estetica, hai una sostanza, sei indipendente, la tua salute è perfetta, il tuo spirito è rigoglioso e non hai ancora sofferto perché una fanciulla non ti ha voluto amare. Eppure sei disperato. Non è una disperazione attuale, per una realtà, ma una disperazione potenziale, per ogni possibilità della vita. Il tuo pensiero ha precorso la vita, ha penetrato la vanità di tutto, ma non sei giunto più in là. All'occasione ti sprofondi nella vita, e mentre in un momento ti abbandoni al godimento, nello stesso tempo ti rendi consapevole che ogni cosa è vana. Così sei costantemente al di fuori di te stesso, cioè nella disperazione. Questo fa sì che la tua vita sta tra due enormi contraddizioni : a volte hai una straordinaria energia, a volte una indolenza altrettanto grande.
(S. Kierkegaard, Aut-Aut, Mondadori, Milano 1956 pag. 71)

Non sentirti offeso da quel che dico qui, non metterti a criticarmi se io, parlando del dolore che richiede gli eroi per essere sopportato, parlo dei bambini. Un bambino bene educato è incline a chiedere perdono, senza riflettere troppo se abbia ragione o meno; così la persona generosa, l'anima profonda, è propensa a pentirsi senza contrattare con Dio; si pente ed ama Dio nel suo pentimento. Senza di questo la sua vita è nulla, solo una schiuma sull'acqua. Ti assicuro che se la mia vita fosse, senza mia colpa, intessuta di dolori e sofferenze tali da potermi chiamare il più grande eroe tragico , da potermi dilettare del mio dolore e da far inorridire il mondo nominandolo, la mia scelta sarebbe già fatta; spoglierei l'abito dell'eroe e il pathos della tragedia; non voglio essere il tormentato che può andare orgoglioso dei suoi dolori, sono l'umiliato che sente la sua colpa; ho una sola parola per quello che soffro: colpa, una sola parola per il mio dolore: rimorso, una sola speranza davanti a me: perdono.
(S. Kierkegaard, Aut-Aut, Mondadori, Milano 1956 pag. 115)


Raskòl'nikov, con le labbra tutte pallide , con lo sguardo fisso gli si avvicinò piano, s'accostò al proprio tavolo, vi s'appoggiò con una mano, voleva dire qualcosa ma non ci riusciva, si sentivano solo dei suoni sconnessi. - Ma voi state male, una sedia! Ecco qua, sedetevi sulla sedia, sedetevi! Dell'acqua!- Raskòl'nikov si lasciò cadere sulla sedia, ma senza abbassare gli occhi dal volto di Il'ja Petrovic, tutt'altro che piacevolmente sbalordito. per circa un minuto i due si guardarono a vicenda, in attesa. Portarono l'acqua.
- Sono stato io... - era sul punto di cominciare Raskòl'nikov.
- Bevete un po' d'acqua.
Raskòl'nikov respinse l'acqua con una mano e lentamente, posatamente ma in modo chiaro, cominciò a dire:
- Sono stato io, quel giorno a uccidere la vecchia vedova d'impiegato e sua sorella Lizaveta, e a fare la rapina.
Il'ja Petòvic spalancò la bocca. accorsero da tutte le parti.
Raskòl'nikov ripetè la sua deposizione.............
(F. Dostoevskij, Delitto e castigo, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2004 pag.663)


La Siberia. In riva a un grande fiume disabitato, c'è una città, uno dei centri amministrativi della Russia; nella città, una fortezza , nella fortezza un carcere. In quel carcere è rinchiuso ormai da nove mesi un deportato, il forzato di seconda categoria R. Raskòl'nikov .
E' passato quasi un anno e mezzo dal giorno del suo delitto. Il procedimento penale relativo al suo caso si è svolto senza particolari intoppi. Il reo ha ribadito la sua deposizione con forza, precisione e chiarezza, senza confondere le circostanze, senza attenuarle a proprio favore, senza svisare i fatti, senza omettere il minimo dettaglio. ha narrato fino in fondo tutto lo svolgimento dell'omicidio: ha spiegato il segreto del pegno (una tavoletta di legno con una lamina di metallo) che era stato rinvenuto tra le mani della vecchia uccisa; ha narrato in dettaglio come avesse preso le chiavi alla vittima (...) Insomma, il caso risultò chiaro (...) Il reo praticamente non cercò di difendersi; alle domande finali su cosa precisamente potesse averlo indotto all'assassinio e averlo spinto a compiere una rapina, rispose in maniera assolutamente chiara, con la precisione più brutale, che causa di tutto era stata la sua situazione schifosa, la sua povertà e la sua impotenza, il desiderio di assicurare i primi passi della sua carriera con almeno i tremila rubli che contava di trovare dalla donna uccisa. E s'era deciso a compiere l'omicidio in conseguenza del suo carattere superficiale e pusillanime , inasprito inoltre dalle privazioni e dagli smacchi.
(F. Dostoevskij, Delitto e castigo, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2004 pag.669-671)


Angoscia senza oggetto e senza scopo nel presente, e nel futuro solo sacrificio ininterrotto che non porta a niente, ecco quello che gli stava dinnanzi, a questo mondo. E che gl'importava , se tra otto anni ne avrebbe avuto solo trentadue e avrebbe potuto ancora cominciare a vivere! A che scopo vivere? Aspirare a cosa? Vivere tanto per esistere? Ma lui sarebbe stato pronto anche prima a dare mille volte la sua esistenza per un'idea, per una speranza, anche per una fantasticheria. La mera esistenza aveva sempre poco contato per lui; aveva sempre voluto di più: Forse un tempo si era ritenuto un uomo cui fosse permesso più che agli altri solo e unicamente per l'intensità delle sue aspirazioni. E magari la sorte gli avesse mandato il pentimento, un pentimento cocente che spezza il cuore e toglie il sonno, un pentimento le cui pene tremende gli facessero intravvedere il nodo scorsoio e il vortice dell'acqua! Oh! ne sarebbe stato felice! Pene e lacrime, malgrado tutto è vita. Ma lui non s'era pentito del suo delitto (...) Adesso, ormai in prigione, in libertà, aveva di nuovo riesaminato e riconsiderato tutte le sue azioni passate e non le aveva affatto trovate tanto stupide e infami come gli erano sembrate un tempo, in quel periodo maledetto (...)
"Beh, perchè a quelli il mio atto sembra tanto infame? diceva tra sé. Per via che è un misfatto?
La mia coscienza è tranquilla. Certo, è stato commesso un delitto penale; certo la lettera della legge è stata violata ed è stato versato del sangue, allora prendete la mia testa per la legge interpretata alla lettera ... e fatela finita! Certo, in questo caso però anche molti benefattori che non hanno avuto il potere in eredità, e che anzi se lo sono preso, avrebbero dovuto venire giustiziati ai loro primi passi, e per tanto loro hanno ragionato, mentre io no e dunque non avevo il diritto di permettermi quel passo."
Ecco l'unica cosa in cui ammetteva che consistesse il suo delitto: solo nel fatto di non aver retto e d'essersi costituito.
(F. Dostoevskij, Delitto e castigo, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2004 pag.680-681)


Ora , io dico: l'uomo e , in generale, ogni essere ragionevole, esiste come fine a se stesso , non semplicemente come mezzo per essere usato da questa o quella volontà; ma in tutte le sue azioni , sia quelle che lo concernono in proprio sia quelle che concernono gli altri esseri ragionevoli, deve sempre essere considerato nello stesso tempo come fine. Gli oggetti dell'inclinazione hanno tutti soltanto un valore condizionato, perchè, che le inclinazioni e i bisogni che derivano da esse non esistessero, il loro oggetto sarebbe privo di valore. Ma le stesse inclinazioni, come sorgente del bisogno, hanno così poco un valore assoluto che le renda desiderabili in se stesse, che al contrario , il desiderio universale di ogni essere ragionevole deve essere quello di liberarsene completamente. Ne consegue che il valore di tutti gli oggetti conseguibili mediante la nostra azione è sempre condizionato. Gli esseri la cui esistenza si fonda, anziché sulla nostra volontà, sulla natura, quando sono privi di ragione , hanno solo un valore relativo, quello di mezzi, e prendono perciò il nome di cose; viceversa , gli esseri ragionevoli prendono il nome di persone, perchè la loro natura ne fa già dei fini in sè, ossia qualcosa che non può essere impiegato semplicemente come mezzo e limita perciò ogni arbitrio( ed è oggetto di rispetto). Questi pertanto non sono fini semplicemente soggettivi, la cui esistenza, come effetto della nostra azione, ha un valore per noi, ma fini oggettivi , ossia cose la cui esistenza è un fine in se stesso , anzi un fine che non può essere sostituito da un altro fine, in vista del quale i fini soggettivi dovrebbero essere semplicemente mezzi , perché senza di esso non si potrebbe mai trovare qualcosa fornita di valore assoluto; se invece ogni valore fosse condizionato e come tale contingente, non sarebbe possibile trovare per la ragione un principio pratico supremo. Dunque, se ci deve essere un principio pratico supremo e, per quanto concerne la volontà umana, un imperativo categorico , bisogna che sia tale che - essendo la rappresentazione di un fine in sè quindi necessariamente un fine per ogni uomo - sia un principio oggettivo della volontà, sì da poter valere come come legge pratica universale. Il fondamento di questo principio dice : la natura ragionevole esiste come fine in se stesso. L'uomo non può fare a meno di rappresentarsi così la propria esistenza ed è in questo senso che esso è un principio soggettivo delle azioni umane. Ma ogni altro essere ragionevole si rappresenta anch'esso così la propria esistenza, in base allo stesso principio razionale che vale anche per me; è dunque al tempo stesso un principio oggettivo dal quale , come da un fondamento pratico supremo, si devono poter derivare tutte le leggi della volontà. L'imperativo pratico sarà pertanto il presente : agisci in modo tale da trattare l'umanita, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.
(I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, trad. it. di P.Chiodi, Laterza, Roma-Bari 1990 pag. 49)




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Scheda del film
Titolo: Match Point
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Remi Adefarasin
Interpreti: Jonathan Rhys-Meyers, Scarlett Johansson, Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox, Penelope Wilton, James Nesbitt, Layke Anderson, Alexander Armstrong, Morne Botes, Ewen Bremner, Scott Hanay, Rose Keegan, Paul Keye, Eddie Marsan, Steve Pemberton, Rupert Penry-Jones, Miranda Raison, Colin Salmon, Zoe Telford, Margaret Tyzack
NazionalitË: Gran Bretagna, 2005
Durata: 2h. 04'


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Testi filosofici di riferimento
- A Schopenhauer, La libertà del volere umano, [1841], trad. it., Bruno Mondadori, Milano 1998
- S. Kierkegaard, Aut-aut, [1843], trd. It., Mondadori, Milano 1991
- I. Kant, Fondazione della Metafisica dei Costumi, [1797], Rusconi ed, Milano, 1994
- S. Givone, Dostoevskij e la filosofia, ed. Laterza, Bari 2006
- A.Camus, Lo Straniero, [1942], tr. It., Bompiani 2001
- Arendt-McCarthy, Tra amiche. Corrispondenza tra Hannah Arendt e Mary McCarthy, 1947-1975, Selleria, Palermo, 1999

TEMI E PROBLEMI

- Il film propone una visione dell'esistenza irrazionale in quanto legata al caso, alla fortuna. Ma che cosa dobbiamo intendere per caso?
- Nella scelta tra bene e male quali facoltà dell'uomo sono impegnate?
- Esiste veramente un delitto senza castigo?
- Come si passa da un'etica della responsabilità personale al nichilismo?
- Si può essere non stupidi, bensì inabili a pensare, secondo l'originale tesi di H. Arendt?


CITAZIONI correlate ai temi proposti:
Partiamo da alcune semplici definizioni che si possono trovare anche in rete (link www.galileimirandola.it/frattali/determin.htm)
"In filosofia due sono gli orientamenti fondamentali in tema di libertà dell'uomo, riconducibili all'antinomia tra indeterminismo e determinismo.

La teoria della casualità", sotto qualsiasi forma si manifesti, prende in considerazione anche l'aspetto della spontaneità come variabile applicativa. L'assenza di regole non deve essere interpretata come assenza di impostazione, ma come la consapevolezza che certi fenomeni con gli stessi presupposti di base, si possono manifestare in infiniti modi differenti. Il caso è da intendere come una nuova dimensione concettuale che lascia spazio all'imprevisto, all'evento inaspettato. La casualità deve, però, essere messa in condizione di lavorare in modo costruttivo e non degenerare in una variabile di attrito, con effetti distruttivi e nocivi.

In questo modo il caos è concepito come principio di indeterminismo, che nella scienza antica, non è mai stato preso in considerazione, se non come antitesi al determinismo o causalismo: la concezione per cui in natura nulla avviene a caso ma tutto accade secondo ragione e necessità.

Chiamiamo indeterminismo quella concezione della natura che ammette l'esistenza di eventi che non sono stati determinati da cause precedenti. il clinamen di Epicuro, che ammette una certa libertà nell'agire della natura, è quindi un elemento indeterministico, che spezza la catena delle relazioni causa-effetto, dal momento che il movimento eterno del mondo è regolato in parte da cause rigorosamente deterministiche, dovute al carattere proprio della materia e del vuoto, e in parte è il frutto del caso, cioè del movimento indeterministico, imprevedibile, degli atomi.

In antitesi, secondo i deterministi (ad esempio gli Stoici, contemporanei di Epicuro), se conoscessimo tutte le cause precedenti a ciascun fenomeno naturale, saremmo in grado di prevedere anche il più piccolo movimento di una foglia e determinare quando e come sboccerà ciascun fiore della Terra, ma siccome nella natura è presente un imponderabile elemento di casualità, quella foglia e quel fiore potrebbero sorprenderci con eventi imprevisti.


Per Schopenhauer (l788-l860)sostenere che l'uomo è libero è semplicemente risibile; libera è la volontà (di vivere), non quella dell'uomo, ma la volontà universale, il principio cosmico in cui, per il filosofo di Danzica, consiste la cosa in sé. Essere deterministi nei confronti dell'uomo non comporta, infatti, negare in assoluto la libertà ma proiettarla sull'universo. Concludendo quindi constatiamo che il problema della libertà decisionale occupa una posizione centrale sia nel pensiero antico che in quello moderno.

Il tema dell'assurdo, dell'insensatezza del vivere e del morire, è stato centrale in molti scrittori-filosofi, tra cui possiamo citare Dostoevskij nell'800 e Camus nel secolo scorso. Di quest'ultimo, vicino all'esistenzialismo, riportiamo alcuni passi:
"Cosa mi importavano la morte degli altri, l'amore di una madre, cosa mi importavano il suo Dio, le vite che ognuno si sceglie, i destini che un uomo si elegge, quando un solo destino doveva eleggere me e con me miliardi di privilegiati che, come lui, si dicevano miei fratelli? Capiva, capiva dunque? Tutti sono privilegiati. Non ci sono che privilegiati, Anche gli altri saranno condannati un giorno. Anche lui sarà condannato. Che importa se un uomo accusato di assassinio è condannato a morte per non aver pianto ai funerali di sua madre? (Camus, Lo Straniero).

E così parla del proprio libro lo stesso Camus:
«Non ci si sbaglierebbe molto leggendo ne Lo straniero la storia di un uomo che, senza alcun atteggiamento eroico, accetta di morire per la verità. Meursault per me non è dunque un relitto, ma un uomo povero e nudo, innamorato di un sole che non fa ombra. Lungi dall'esser privo di qualsiasi sensibilità, è attanagliato da una passione profonda: la passione dell'assoluto e della verità. Mi è accaduto di dire anche, e sempre paradossalmente, che avevo provato a raffigurare nel mio personaggio l'unico Cristo che meritiamo. Si capirà, dopo le mie spiegazioni, che l'ho detto senza alcuna intenzione blasfema e soltanto con l'inclinazione un po' ironica che un artista ha il diritto di provare nei confronti dei personaggi della sua creazione.»

Mentre queste sono parole di R.Barthes
«È necessario [...] superare la Letteratura affidandosi ad una lingua basica, ugualmente lontana dai linguaggi parlati e da quello letterario propriamente detto. Questa Parola trasparente, inaugurata dallo Straniero di Camus, realizza uno stile dell'assenza che è quasi un'assenza ideale dello stile; la scrittura si riduce allora ad una specie di modo negativo nel quale i caratteri sociali o mitici di un linguaggio si annullano a vantaggio di uno stato neutro e inerte della forma; il pensiero salva così tutta la sua responsabilità, senza rivestirsi di un accessorio impegno della forma in una Storia che non gli appartiene».
Roland Barthes - Le degré zéro de l'écriture, Paris, Seuil 1953 - trad. it. Einaudi, Torino, 1972

L'assurdità del vivere, l'assenza di valori, il nichilismo che caratterizzano tanta parte del pensiero novecentesco a partire da Nietschze, possono essere superati?
Sul piano filosofico non si può che ripartire da Socrate e passare per Kant, arrivando a pensatori come Arendt che ripropongono fortemente il valore della "pluralità" del nostro vivere umano. Non siamo soli nel mondo, e il nostro agire "pesa" sugli altri, nel bene e nel male. Leggiamo:
La stolta pensosità o la pensosa stoltezza degli intellettuali: [.] perché non posso uccidere mia nonna se lo voglio?[.] La risposta filosofica sarebbe quella di Socrate: dato che devo vivere con me stesso, dato che in realtà sono l'unica persona dalla quale non potrò mai separarmi, la cui compagnia dovrò sopportare per sempre, non voglio diventare un assassino; non voglio vivere il resto dei miei giorni in compagnia di un assassino, Hannah Arendt e Mary McCarthy, Tra Amiche, corrispondenza 1949-1975, Sellerio, Palermo, 1999.
Nello stesso epistolario, a proposito delle polemiche suscitate dal libro dell'amica. La Banalità del male, sul processo Eichmann, mentre Arendt sostiene la tesi apparentemente paradossale secondo cui l'ufficiale nazista non era stupido, bensì inabile a pensare, McCarthy ribatte che preferiva pensarlo "profondamente, egregiamente stupido", e questo "non significava certo avere un basso quoziente d'intelligenza", ma che "la stupidità è causata non da una deficienza mentale, ma da un cuore malvagio". La mancanza di sensibilità, l'ottusità, l'incapacità di cogliere i nessi razionali può essere accompagnata, secondo la scrittrice, da una furbizia animalesca.

Ancora Arendt:
La vita si svolge mediamente in un mondo dato dai sensi e controllato e guidato dal buon senso. Se si perde il buon senso, non esiste più un mondo comune, neppure quel mondo dal quale il filosofo cerca con insistenza di estraniarsi temporaneamente e a cui deve sempre ritornare. La corruzione del buon senso cominciò quando si ammise che non era un senso a costituire il mondo comune, bensì una facoltà che tutti condividiamo. Questa è la facoltà logica, per cui diciamo all'unanimità: 2 più 2 uguale 4. Ma questa facoltà, benché la possediamo tutti, non è in grado di guidarci nel mondo, né di aiutarci ad afferrare checchessia. [.] Su questa linea di sviluppo si deve arrivare a concepire l'idea di «uomini normali» i quali, in mancanza di un mondo che li accumuli, sono tutti uguali. Dato che questo è certamente impossibile, si ha una situazione in cui tutti «non sono normali», tutti richiedono l'aiuto di un qualche psicanalista o Dio sa che altro, per diventare come «tutti gli altri» -ossia come qualcuno che è nessuno nel senso più letterale della parola. Un uomo normale è qualcuno che ripete all'infinito: due più due uguale quattro.
Ora, sul piano storico: il rito del dubbio cominciò con Cartesio e solo in lui se ne possono trovare i motivi originali: l'angoscia reale che non Dio, bensì uno spirito maligno sia il regista dell'Essere. In Hobbes vi sono i sostanziali sviluppi dell'argomentazione modernistica. Kant: già cercò di sfuggire a questo imbarazzo. Si chiese: quali sono le condizioni della nostra esperienza?. Il punto cruciale per Kant è che per lui, e soltanto per lui, la più elevata facoltà dell'uomo è il Giudizio (non il ragionamento, come per Cartesio, non il trarre una conclusione dall'altra, come per Hegel). [.]
-Nietzsche: certamente, specie tutto ciò che proviene dai manoscritti della maturità pubblicati sotto un titolo ingannevole: La volontà di potenza. Ma anche Zarathustra. Poi, di Kiekegaard, un piccolo trattato poco conosciuto sul dubbio cartesiano, De omnibus dubitandum est. - Ultimo, ma non da meno,
Pascal.
Arendt-McCarthy, Tra amiche, cit., pgg. 84-85

- Passiamo o torniamo a Kant:
Ora io dico: l'uomo, e ogni essere razionale in genere, esiste come scopo in se stesso, e non solo come mezzo perché sia usato da questa o quella volontà; in tutte le sue azioni, dirette sia verso se stesso, sia verso esso dev'essere sempre considerato al tempo stesso anche come fine. [.]. Dunque il valore di tutti gli oggetti da ottenere col nostro agire è sempre condizionato. [.] Ma, se ogni valore fosse condizionato e pertanto accidentale, la ragione non potrebbe possedere nessun principio pratico supremo. «essere considerate, rispetto a me, come imperativi, e le azioni conformi a questo principio come doveri. (ibidem, p. 203, parentesi e corsivo miei).


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